Nella Sicilia nord-orientale, incastonati tra l’Etna, i Monti Nebrodi e lo Stretto di Messina, i Monti Peloritani, con i loro borghi, la squisita enogastronomia e la natura tutta da scoprire, vi danno il benvenuto.

Dal 2014 è entrata di diritto tra i borghi più belli d’Italia ed è inserita nel distretto turistico ecosicily – parchi, riserve e terre dei normanni.

Castroreale è un gioiello capace di sorprendere e rappresenta il punto di partenza ideale per le escursioni che verranno illustrate di seguito. La cittadina è collegata anche alla costa, facilmente raggiungibile nel tratto Milazzo-Tonnarella, mentre nella vicina Portorosa si trova un porto turistico.

Si tratta di un’area collinare-submontana di 1937 ettari di superfi­cie, ricca di peculiarità sia sotto l’aspetto geologico (per le rocce metamor­fiche) sia sotto quello della vegetazione naturale (boschi, alternati a tratti rocciosi, cespugli ed arbusti spinosi, prati dunali, percorsi substeppici, praterie mediterranee con piante erbacee alte e giunchi, torbiere basse alcaline, querceti, castagneti, foreste a galleria).

Proseguendo dalla Fiumara di Floresta, è possibile raggiungere Pizzo Polo.

Partiamo da: Castroreale
Come arrivare:
raggiungere la frazione di Rafia distante circa 7 km. Da qui dirigersi verso Mandanici, lungo la SP Castroreale Mandanici (in terra battuta). A meno di 2 km una pineta ci annuncia l’arrivo all’area attrezzata. 200 metri più avanti, a sinistra, le strutture. Siamo a 400 metri slm e si possono trovare molte specie tipiche da osservare durante la permanenza. Il panorama si estende fino al Torrente Longano, che dà il nome al Bacino Montano.

A disposizione: tavoli, panche, punto acqua, punto barbecue.

Partiamo da: Castroreale

Come arrivare: a circa 7 km dal borgo, imboccare la SP Castroreale-Mandanici in direzione Marasà. Il primo tratto è asfaltato, poi si incontra una tabella che indica l’inizio del demanio forestale. Dopo aver percorso diversi tornanti alberati, a 1 km, si arriva all’area attrezzata di Acquarosa (400 metri slm).

A disposizione: tavoli e panche in legno di castagno, punti fuoco, un rifugio in legno, diversi punti acqua.

Partiamo da: Castroreale
Come arrivare:
imboccare la provinciale per Mandanici: il primo tratto è asfaltato, poi la strada diventa bianca. Dall’incrocio dove è collocata la segnaletica di legno a tre direzioni, seguire Mandanici. Dopo circa 4 km si incontra Tre Pizzi. Siamo all’interno di un bosco di pini mediterranei intervallati da ceppaie di castagni, in un luogo assolutamente suggestivo per naturalità e paesaggio.

A disposizione: tramite una bella scalinata si può accedere ad una torretta, ai piedi della quale si trovano tavoli e panche per la sosta. Presente un bel gazebo in architettura tipica, un forno per pane e pizze, punti fuoco e acqua. Molti tavoli sono a copertura in legno.

Partiamo da: Castroreale
Come arrivare:
seguire la direzione per Tre Pizzi, poi oltrepassare e proseguire per altri 4 km, fino a raggiungere Piano Margi. L’ingresso è segnalato da un cancello della Guardia Forestale dove occorre lasciare la vettura. Siamo a 800 metri slm, l’area è molto estesa (circa 3 ettari).

A disposizione: tavoli e panche sono sistemati fra ceppaie di castagni e pini mediterranei.
Dall’area attrezzata si dipartono molti sentieri: ne suggeriamo uno che conduce al Castello Margi – da cui il nome della località – oppure un altro che porta a Pizzo Sughero.

La storia della cucina siciliana è un fitto intreccio di culture e ingredienti che hanno attraversato la terra di Sicilia e solcato i suoi mari, fino ad arricchirla in modo unico al mondo.
Un viaggio meraviglioso che inizia nel 734 a.c. e continua ancora oggi.

I primi colonizzatori, i Greci Corinzi di Archia, sbarcarono prima della nascita di Cristo a Siracusa portando novità quali, l’ulivo, il farro e la sapiente capacità di produrre il vino.
Si narra che in Sicilia, questa popolazione abbia introdotto non soltanto nuove materie prime ma anche tradizioni quali il banchetto e i ricchi menu composti da minestre, pesci, carni, uova, legumi, formaggi freschi e, infine, dolci a base di miele, noci e frutta.
Seguì a quella dei Greci un’altra civiltà importantissima nella storia della cucina siciliana: gli Arabi. Questa epoca profuma di gelsomino e anice, e ha il gusto della canna da zucchero, del riso, del sesamo, della cannella, dello zafferano. Gli Arabi furono protagonisti nella nascita della pasticceria locale: basti pensare alla Cubbaita, ai Nacatuli, alla Cupita, fino alla celeberrima Cassata e al sorbetto. Secondo la leggenda, le donne di Caltanissetta, ospiti dell’harem Kalt El Nissa, furono le prime a produrre il Re dei Re: il cannolo.
Il nostro racconto prosegue nel 1063, quando i Normanni di Ruggero II di Altavilla sconfissero in battaglia gli Arabi: per la prima volta approda sull’isola una popolazione scandinava, di indole cacciatrice e guerriera, apportando all’enogastronomia siciliana nuove ricette quali le carni allo spiedo, le aringhe affumicate, i merluzzi secchi che oggi sono famosi come Baccalà. Ma la loro presenza non durò a lungo.
Ecco la volta dei Francesi di Carlo d’Angiò, succeduti nel 1282 dagli Spagnoli di Pietro III d’Aragona. Un nuovo pezzo di Europa scopre le terre di Sicilia, introducendo piatti raffinati e nobiliari: il Rollò (poi diventato odierno Falsumagru), il Pan di Spagna, le impanature. Gli spagnoli portano in questo periodo il pomodoro, il cacao e il mais dalle Americhe, così come il peperoncino, la patata, i fagioli, il tacchino e i peperoni. Negli stessi anni, un nuovo ingrediente, giunto dalle Indie e destinato a diventare protagonista, si affacciava nelle cucine di tutta l’isola: la melanzana.

“Il Creatore, obbligando l’uomo a mangiare per vivere, lo invita con l’appetito e lo ricompensa con il piacere”
Brillant Savarin

Il limone Interdonato

Presidio Slow Food a marchio IGP, prodotto esclusivamente autoctono e fiore all’occhiello del territorio jonico. Si tratta di un ibrido naturale tra il cedro e una varietà di limone detta ariddaru, individuata dal colonnello ex-garibaldino Interdonato. Questa tipologia di frutto è profumatissima, delicata e poco acidula, ricca di succo e vitamine. Localmente, potrete trovare il Consorzio di Tutela di questo limone, nato proprio per salvaguardarne le peculiarità e trasmetterle alle generazioni future.

L’olio d’oliva Valdemone DOP

L’olio d’oliva Valdemone DOP i tanti uliveti a coltivazione biologica, con le tipiche varietà dell’Ogliarola Messinese, della Minuta e della Santagatese. Il nome deriva da Vallis Nemorum, a testimonianza della ricchezza forestale della regione. Venne introdotto sull’isola dai Fenici. Ha il sapore delle olive fresche appena raccolte e una leggera nota amara.

I vini DOC Mamertino e Faro

Frutto di coltivazione biologica situata nelle zone di Santa Lucia del Mela ma anche Furnari, Valdina e Pace del Mela. Questi vitigni risalgono all’epoca romana antica: già nel 289 a.C. i Memertini (“figli di Marte”), soldati mercenari che combatteranno la Prima Guerra Punica contro i Cartaginesi, cominciarono a piantare in questo territorio tale tipologia di vite.

Il vino Sicilia IGT

Il vino Sicilia IGT (Indicazione Geografica Tipica), bianco ideale per essere accompagnato ai dessert o degustato con insalate di mare, involtini di melanzane, frutti di mare cotti, pesce spada. Il rosso, più potente e strutturato, va abbinato a carni arrosto o al forno (capretto o agnello), oppure a formaggi stagionati.

Il formaggio Maiorchino

Si produce da Febbraio a metà Giugno nella zona montuosa dove si incontrano i monti Nebrodi e i Peloritani. È un pecorino a pasta dura, ricavato dal latte delle razze autoctone. Si distingue dal resto dei pecorini siciliani per le eccezionali forme: 35 cm di diametro per 10, anche 18 Kg, con stagionatura che va dagli 8 ai 24 mesi.

Tra le altre specialità da non perdere nella zona dei Nebrodi, il suino nero e la provola.

Coltivare e allevare biologico (Regolamento CE 834/07 e 889/08 e a livello nazionale DM 18354/09) significa ammettere solo l’impiego di sostanze naturali, ovvero presenti in natura, escludendo l’utilizzo di concimi, diserbanti e insetticidi chimici. Ma non solo: le coltivazioni biologiche evitano lo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali, preferendo un modello produttivo durevole nel tempo e la rotazione della colture.
Per ostacolare i parassiti, queste coltivazioni adottano metodi di piantumazione di siepi e alberi e di consociazione.
L’allevamento biologico certificato impone l’attenzione al benessere degli animali, che non devono assumere mangimi chimici o antibiotici stimolatori della crescita, devono avere spazio per muoversi liberamente e pascolare, e infine devono essere macellati riducendo al minimo la tensione.

Coltivazioni e allevamenti autoctoni biologici sono garanzia di qualità, sicurezza, salute e rispetto per la natura e l’ambiente, oltre a preservare la biodiversità di un territorio.